Il Senso della Vita e Freddie

Qualche giorno fa parlando con un amico gli ho chiesto quale fosse il suo senso della vita, cosa significasse per lui “La Vita”. E facendo questa domanda ho iniziato pure io a rifletterci su, su cosa significasse per me vivere la vita, ma soprattutto il significato più nascosto del perchè siamo qui e a fare che cosa. Diciamo subito che la sua risposta è stata decisamente deludente, ma credo che lo possa essere per un gran numero di persone una risposta deludente, per quel che mi riguarda ho le idee più chiare. La mia verità è che noi nasciamo con l’intento di evolverci spiritualmente, veniamo a questo mondo per imparare lezioni di vita ed andare avanti, vita dopo vita ad evolverci, a diventare delle persone sempre migliori, benchè prima di nascere noi a tavolino decidiamo quali siano le lezioni da imparare e quali esperienze dovremmo fare per impararle. Dopodichè ci incarniamo e ovviamente dimentichiamo lo scopo per cui ci incarniamo, e procediamo a vivere la vita senza minimamente ricordarci del perchè siamo qui, solo il nostro cuore sa cosa è meglio per la nostra evoluzione.
Detto ciò cosa c’entra Freddie Mercury? C’entra perchè lui ha lasciato un segno in questo mondo, il suo passaggio ha lasciato un vuoto incolmabile ma la sua presenza c’è e ci sarà in eterno grazie all’eredità della sua musica, il più grande regalo che poteva farci. E quindi credo che in parte il senso della vita si possa attribuire anche a quello si lascia in eredità a questo mondo, a quello che noi lasciamo ai posteri, e non in senso lato, in senso materiale, ma quelle tracce del nostro passaggio, tracce nell’ Anima. Pubblico a seguire l’intervista fatta all’assistente di Mercury che ne ha seguito il periodo pre-morte, fino al giorno in cui, il 24 novembre 1991, Freddie è morto. Detto ciò mi preme pubblicare questa breve intervista per fare capire che Freddie sapeva bene di morire e ciò nonostante si era dato molto daffare affinchè i suoi compagni potessero avere del materiale post-mortem a cui lavorare e su cui fare affidamento, perchè come tutti i grandi anche Freddie sapeva bene che la sua più grande eredità che lasciava al mondo intero era la sua musica e le sue canzoni, che ad oggi restano immortali.

L’intervista al suo assistente, realizzata da Panorama, mette in luce le insicurezze e il dolore della rockstar negli ultimi tempi prima della morte.
Freddie Mercury morì alle 18.48 del 24 novembre 1991, all’età di 45 anni.
A stroncarlo l’AIDS, che egli aveva contratto anni addietro e che aveva tenuto nascosto, fino a poco più di 24 ore prima della morte. Ecco come annunciò al mondo la notizia:
Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell’HIV e di aver contratto l’AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere riservata questa informazione fino a questo momento al fine di proteggere la privacy di quanti mi circondano. Tuttavia è arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa terribile malattia…
Vogliamo ricordarlo attraverso le parole di Peter Freestone, suo assistente persone, cuoco autista, ma soprattutto amico fidato. Nessuno più di lui conosce Freddie, e nessuno gli è stato più vicino negli ultimi giorni di vita. L’intervista è stata realizzata da Panorama in occasione di un evento organizzato dalla Mercury Band, una delle più famose tribute band dei Queen.

L’allarme
Ha capito che qualcosa non andava quando sono apparse delle macchie scure intorno ai polsi. Per una settimana ha fatto finta di niente, poi ha fatto gli esami e in pochi giorni ha ottenuto i risultati. Un giorno mi ha chiamato in cucina, ha chiuso la porta e mi ha detto: ‘Peter, il mio tempo sta per finire. La vita mi ha dato tanto e adesso si prende tutto. Non sono solo sieropositivo. Ho l’AIDS e morirò di sicuro. Ma ho vissuto ogni secondo di questa esistenza‘.

La malattia e i suoi effetti
Un giorno a tavola sbottò: ‘Smettila di cucinare piccante, tanto le mie papille gustative sono danneggiate, non sento più i sapori, tutto è uguale. Mangio il mio cibo preferito, quello indiano che tu mi prepari con tanta cura, e non sento più nulla. Ma che malattia è questa? Perché ti porta via qualcosa ogni giorno?‘. Tre settimane prima della fine, Freddie mi ha consegnato una busta zeppa di soldi per comprare un quadro da Christies: 30 mila sterline. Quando sono tornato con il quadro l’ho appeso in soggiorno e l’ho chiamato. Freddie era nella sua stanza da letto al primo piano della casa di Londra. Appena ha iniziato a scendere le scale s’è reso conto che le gambe non reggevano più. Erano rigide, non si piegavano. Allora sono salito, l’ho preso in braccio e l’ho portato giù perché potesse ammirare il dipinto che tanto voleva. Stava aggrappato al mio collo come un bimbo e diceva: ‘Per fortuna gli occhi funzionano ancora‘.

Lo stile di vita di Freddie
Quando era in salute Freddie non stava in casa una sola sera all’anno. Frequentava tutti gay bar del mondo e spesso si faceva di cocaina. Vodka e cocaina erano i suoi vizi. Quando ha scoperto di essere ammalato ha dato un taglio a tutto. ‘Potrei continuare e fregarmene, ma il medico mi ha assicurato che questo dimezzerebbe il tempo che mi resta‘. Non dimenticherò mai il giorno in cui mi dettò tutte le precauzioni per il personale della sua villa. A un certo punto disse: ‘Se mi taglio ed esce sangue statemi lontano. Molto lontano‘. Tre settimane prima della sua morte tornammo da un viaggio lampo in Francia. Davanti al portone di casa mi disse: ‘Questa è l’ultima volta che entro in casa mia. Non succederà più perché non uscirò mai più. Le mie forze si sono esaurite. Bisogna capire quando è il momento di dire basta‘.

Il dolore e il rimpianto
Una sera con gli occhi lucidi e la voce rotta mi confidò: ‘Vorrei capire quando ho avuto il rapporto che mi sta costando la vita, ma cerco di tenere ferma la testa, non voglio sprecare il poco tempo che ho per fare indagini. Quello che mi fa soffrire tremendamente è che l’AIDS mi impedirà di tirar fuori tutta la musica che ho dentro. C’erano ancora tante cose da far sentire, tante note per far emozionare il mio pubblico. È ingiusto che un artista muoia senza aver espresso tutta la sua arte. Porterò con me molte canzoni e tutte le facce degli amici. Peter, mi sei stato accanto dodici anni, hai visto tutto quello che potevi vedere di me. E voglio credere che tu abbia capito davvero chi era l’uomo a cui hai dato tanta lealtà e tanta dedizione. Almeno una volta al giorno, pensami. E prenditi cura dei miei gatti‘”.

Gli ultimi sforzi per cantare
Era scioccato dal deperimento. Lui che non era mai aumentato o diminuito di un etto si stava prosciugando. Anche la barba aveva smesso di crescere. Nell’ultimo mese mangiava solo frullati e papaia. Ogni movimento delle mandibole era dolorosissimo. L’altro punto dolente era il piede. Aveva un buco sotto la pianta che gli impediva di appoggiare il piede a terra. Sia pur distrutto, andava ogni giorno in studio di registrazione per lasciare in eredità quanto più poteva della sua voce e della sua arte. Aveva dolori lancinanti alla gola e al petto, ma continuava a cantare come nulla fosse. Teneva duro fino all’ultimo e non mollava mai. Avrebbe voluto raccontare tutto agli altri del gruppo ma aveva paura. Temeva che gli altri gli avrebbero detto di non fare troppi sforzi, di smetterla di registrare canzoni, che lo avrebbero trattato come un uomo con un handicap. Finite le registrazioni Bryan e gli altri lo invitavano a cena, ma lui rifiutava sempre con una scusa. Non voleva che lo vedessero in difficoltà nell’ingerire cibo solido.

La confessione agli altri della band
Gli altri tre del gruppo non sapevano che Freddie aveva l’AIDS. Lo hanno saputo un anno e mezzo prima della fine. Li convocò a casa, si chiusero in una stanza per un’ora e lui disse tutto. A un certo punto entrai per portare un tè. Nessuno parlava. Roger, Bryan e John erano pallidi con gli occhi lucidi lo sguardo basso e le spalle curve. Avevano capito da tempo che qualcosa non andava ma quando Freddie gli ha rivelato le sue reali condizioni sono crollati. Più di una volta Bryan ha detto: ‘Dopo le parole di Freddie ho sentito un freddo dentro le ossa che non proverò mai più‘. Se ne andarono da casa Mercury in silenzio, in fila indiana guardando per terra per non incrociare il loro sguardo con il mio. Sapevo tutto da anni, ma ero vincolato al silenzio.

La fine
La sera del 24 novembre 1991 alle 18.48 arriva il medico per il controllo quotidiano. Trova Freddie nel suo letto quasi immobile e incapace di parlare. La visita dura dieci minuti: Freddie non prende più farmaci da due settimane ma solo antidolorifici potentissimi. Chiusa la visita, accompagno il medico alla macchina. Rientro in casa, salgo le scale e lo trovo immobile. Mi sento male, ma trovo la forza di appoggiargli una mano sul petto. Non respira più. Corro in strada, blocco l’auto del dottore che risale di corsa e dice: ‘Freddie se n’è andato‘.

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