Il Rancore e l’Importanza della Via di Fuga

Il rancore è certamente una delle disposizioni mentali ed emotive più diffuse nella società attuale, una società rancorosa fatta di persone rancorose. Si tratta di un sentimento molto ricorrente, individui che vanno a letto pieni di rancore e si svegliano al mattino ancora più rancorosi. Tutto ciò è spaventoso, eppure in maniera tragicomica pare stia diventando la normalità. Gente che vomita tutto il suo rancore quotidianamente al bar, al lavoro, in famiglia e, dulcis in fundo, attraverso i social media. Rancore verso la politica, verso quella o quell’altra squadra di calcio, rancore per lo Stato, l’economia, per il proprio datore di lavoro, colleghi, amanti, ex-partner, insegnati, ex-amici e chi più ne ha, più ne metta. Un groviglio di rancori che ormai sembra aver completamente avvolto la nostra società. E una società del genere può mai produrre qualcosa di bello, di armonioso e di positivo? Forse è il caso di fermarci un attimo e riflettere bene sulla questione del rancore e capire l’importanza della via di fuga.

Perché c’è un’aggravante seria da tenere presente: la cronicità. Si diventa malati o, se preferite, drogati di rancore. Fino a debilitare tutta la struttura psico-fisica, tutta l’identità della persona coinvolta. Il rancore diventa uno stato di angoscia perenne che si prolunga nel tempo, che ci si trascina dietro facendolo interferire in tutti gli ambiti della propria vita. E così, senza una via di fuga, si diventa succubi del rancore stesso e dei suoi condizionamenti. Cambia il nostro umore, si perde la fiducia negli altri, cambiano i nostri atteggiamenti e si altera persino il tipo di trattamento che riserviamo a coloro che ci circondano. Non siamo più noi, ma dei “mostri” rancorosi.

Ma il rancore non si manifesta in maniera sempre uguale. Alcune persone è come se portassero perennemente con loro dei pezzi di brace ardenti che sono pronte a scagliare contro chi le offende, contro chi cerca di spronarle o semplicemente chi fa notare loro il rancore che portano dentro di sé. Come se lo difendessero, senza rendersi conto, però, che a tenere in mano quei carboni ardenti e a bruciarsi, sono loro e non gli altri.

Altre persone rancorose, invece, custodiscono al loro interno una cassaforte. Dentro la quale nascondono il peso dell’offesa ricevuta, il dolore degli inganni, dei tradimenti o persino di un abbandono. Una cassaforte blindatissima per una ragione piuttosto evidente: per nessuna ragione al mondo sono intenzionate a dimenticare o perdonare neanche un secondo di quanto accaduto. Tutto deve rimanere lì, all’interno, compresso e al sicuro. Senza rendersi conto che basterebbe aprire questa cassaforte per far sparire in un attimo tutta la tristezza, la rabbia e l’odio che sono stati generati per via del rancore custodito.

E come se non bastasse la cronicità, viene ad aggiungersi un altro tassello estremamente nocivo e preoccupante: il desiderio di vendetta. Del resto, basta leggere quotidianamente un po’ di notizie di cronaca per accorgersi come quante di queste azioni inumane siano dettate dal rancore. Perché nella mente del rancoroso scatta una sfida, o meglio, una lotta di potere tesa ad avere “ragione” a tutti i costi, a rivendicare vendetta. Il rancore diventa così un liquido infiammabile che rinfocola incessantemente l’astio, l’acredine, l’avversione verso quanto accaduto e la persona o la situazione ritenuta in quel momento colpevole.

Capite bene, allora, l’importanza della via di fuga (“percorso che conduce ad un luogo sicuro o ad un’uscita di sicurezza e che risulta percorribile in caso di evento calamitoso.”) in una situazione del genere. E non si tratta di scappare in pieno panico dal rancore ma, bensì, di affrontare la situazione ed esaminare le possibili soluzioni, mettendosi in salvo prima che sia troppo tardi. Chi non ne è capace, chi non sa costruire una via d’uscita per svincolarsi da tanta rabbia e amarezza, finisce per fare del rancore la sua forma di vita. Nel rancore non c’è più una vita presente, perché il passato continua a insinuarsi nel presente, viene costantemente riattualizzato, rivissuto, con tutte le colorazioni emotive e cognitive per lo più negative che esso comporta. Ecco la cronicità di cui parlavo, una ferita che diventa sempre viva, perché il rancore non le dà modo di cicatrizzarsi. Non dimenticano, non perdonano, non vogliano andare oltre. E ogni giorno o quasi, quella ferita torna a sanguinare e contribuisce ad alimentare il desiderio di vendetta.

Vivere nel rancore è come non vivere. Si resta aggrappati al passato e ci si impedisce di andare avanti. È un modo di imprigionare se stessi continuando a nutrire emozioni e pensieri negativi e distruttivi, di sé, prima di tutto, e della relazione con gli altri. Una realtà del tutto fittizia, artificiale, vivere nel rancore equivale ad ipotecare il proprio futuro con progetti di rivalsa e vendetta che, probabilmente, non verranno mai attuati, ma che, paradossalmente, rubano la nostra vita, perché comunque comportano un dispendio spesso ampio di tempo, attenzione, energia. Viviamo per nutrire qualcosa che non ci appartiene.

“In questo mondo tutti siamo destinati a morire. Se lo hai ben presente, come puoi serbare rancore?” Gautama Buddha

Il rancore è un abisso senza fondo e credo che nessuno merita di vivere in un simile scenario, per quanto possa essere grave il torto subito. Sarebbe il danno oltre la beffa. È quindi importante imparare a costruirsi una via di fuga, un cammino per iniziare a liberarsi e respirare con maggior tranquillità e dignità. Ma come fare?

Ovviamente non esistono regole, ma consigli validi come accettare il fatto che il passato è passato, e quindi non si possono cambiare i fatti che sono accaduti. Per quanto ovvia come cosa, è il primo passo da fare. E se il passato non può essere cambiato, si può modificare attivamente il modo in cui interpretiamo i fatti accaduti. Rendersi così conto che continuando a rimuginare su torti presunti o reali, delusioni e insoddisfazioni, si fa solo male a se stessi e si sottrae tempo, attenzione ed energia per attività e progetti che nel presente possono contribuire a rasserenarci, soddisfarci e alleviarci da quanto ci è successo.

Uscire dalla modalità di rancore è prima di tutto un dono che si fa a se stessi. E non si tratta di dimenticare il passato, ma di dissociarlo da una collocazione emotiva, per lo più dolorosa, che lo rende troppo difficile da tollerare e che, peggio ancora, rischia di essere costantemente rievocato nella quotidianità e alimenta vendetta. Il rancore, quindi, non è una parte di noi, ma è un veleno che assumiamo con la convinzione che a stare male saranno gli altri!

Fonte : http://www.tragicomico.it/

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